sabato 21 settembre 2019

Stefano Torre, esempio di coraggio e bellezza

Andrea Scanzi 20 giugno 2017

Stefano Torre, esempio di coraggio e bellezza

Stefano Torre ha 52 anni e si candida provocatoriamente come sindaco a Piacenza. Per avere un po’ di spazio mediatico si fa persino intervistare da Cruciani, che reputa impossibile una sua performance superiore a 500 voti. Infatti ne prende 1800, toccando un clamoroso 4.28%.

Non viene eletto per una settantina di voti: Piacenza ha perso una grande chance. Il suo programma elettorale, che fa il verso alla propensione bugiarda dei politici di professione, trasuda leggenda.

Abolizione della morte. Creazione in pieno centro di un vulcano, che serva come attrazione turistica ma pure come pista da sci e smaltimento dei rifiuti. Risoluzione del traffico rendendo navigabile il centro storico. Costruzione di un muro per evitare che quei rompicoglioni di Pontenure arrivino e rovinino la razza piacentina. Viagra gratuito per chi ha più di 45 anni. Sostituzione dell’acquedotto con un vinodotto. E via così. Il battage mediatico, che Torre riesce a generare grazie anche alla tuba tipo Rino Gaetano a Sanremo e ad alcune apparizioni televisivi particolarmente efficaci, ne agevola l’exploit elettorale.

Sarebbe già abbastanza, ma è qui che qualcuno capisce che quel Torre lì non è solo autoironico e genialoide: c’è di più. Molto di più. Quel signore nasconde qualcosa: una storia tremenda e bellissima. La raccoglie, per il portale Sportello Quotidiano, il giornalista Thomas Trenchi. Torre è “un uomo bionico”. E’ lui a definirsi così, ma l’ironia è solo apparente. Soffre di una malattia rarissima, si chiama Distonia DYT11. Porta alla perdita progressiva del controllo dei movimenti.

Torre ne avverte i sintomi a otto anni: neanche riesce a tenere in mano la biro. Al tempo la medicina non contempla malattie di questo tipo e scambiano tutto per bizze da bambino irrequieto. Lo “curano” a ceffoni e punizioni. Gli anni passano e la malattia peggiora: Torre non cammina più in avanti, ma solo all’indietro oppure corre. A vent’anni lo portano in un centro all’avanguardia che sta studiando la sua malattia. Solo che i medici non si accorgono che Stefano è affetto proprio da quella distonia lì. Nel frattempo Torre diventa mancino perché la mano destra non la controlla più: per imparare a usare la sinistra si dà alla scherma e all’inizio prende un sacco di botte. A 47 anni, stremato, fa un altro controllo: un medico della mutua, al suo primo giorno di lavoro, ci mette cinque minuti a capire di cosa soffra Torre.

Gli propongono l’inserimento nel cervello di due elettrodi in profondità, collegati a due computer installati nel petto. Torre ha due figli e ci mette due anni per operarsi. Ha paura: i rischi sono alti. Ormai però usa solo tre dita ed è obbligato a vivere con il braccio schiacciato dietro la schiena e le gambe incrociate. Lo operano una prima volta: da sveglio, perché devi essere vigile.

Cinque ore a trapanarti il cranio con le viti, mentre i medici fanno battute. Solo che sbagliano e gli viene un ictus. Ci riprovano una settimana dopo e funziona, ma gli effetti cominciano a vedersi dopo tre mesi. “Oggi”, scrive Trenchi, “Torre vive con due computer a pile piantati nel petto che rischiano di scaricarsi ogni quattro o cinque anni e ogni tanto perde il controllo delle gambe, ma non si lamenta, anzi, è finalmente realizzato”. Ha pure scoperto di avere un altro talento, oltre allo sconfinato coraggio: “la faccia di bronzo. Non so se avrei potuto fare una campagna così forte e stravagante, senza essere passato attraverso una simile storia personale».

(Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 20 giugno 2017)


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